Uomini Sotto il Sole. Ghassan Kanafani.

Uomini Sotto il Sole. Ghassan Kanafani.
Photo by Wolfgang Hasselmann / Unsplash

Vi sono figure e personaggi storici sistematicamente ignorati dalle luci dei riflettori della narrazione e del dibattito nel panorama letterario occidentale. Personaggi il cui lascito assume nella contemporaneità un valore essenziale e il cui contributo ha inciso capitoli dell’eredità storica, che sono però troppo spesso sconosciuti all’opinione pubblica, fatta abbuffare incoscientemente di un’informazione manovrata da una narrativa eurocentrica. Coscienze, le loro, rese vittime inconsapevoli degli interessi particolaristici degli interpreti contemporanei della memoria storica, che rifiutano di assumersi la responsabilità di mediare la ricostruzione di un passato onesto.

Fra le più importanti voci tenute in ostaggio dalle grandi mani di questa manipolazione dialettica, nel caso palestinese, spicca il nome di Ghassan Kanafani. Scrittore, romanzista, giornalista e insegnante, a lui si deve l’introduzione del concetto di “Letteratura della Resistenza” nell’infinito e immenso campo della letteratura araba. Ma non solo: fu un militante della lotta di Resistenza palestinese e parte attiva nella fondazione del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, di cui divenne portavoce tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta a Beirut. 

Fiore solitario soffocato dall’ombra dei rigogliosi alberi delle gentili e sublimi metafore poetiche e, allo stesso tempo, oscurato dai massicci e robusti tronchi di quella narrativa negazionista necessaria a tranquillizzare il fremito della paura sionista di ogni forma di cultura. Narrativa che rincorre il violento memoricidio di ogni impeto di resistenza e che, per questo, fatica a permettere al potente solco della sua scrittura di farsi strada fino a raggiungere le coscienze disinibite e ipnotizzate dell’opinione pubblica occidentale. Quelle di Kanafani non sono poesie idilliache che affascinano e solleticano l’immaginazione, ma romanzi impegnati e denunce politiche che muovono e tormentano le anime, macigni induriti di realismo e umanità che sfregiano il volto e la coscienza dell’occupante.

E’ l'8 aprile del 1936, la Palestina è sotto occupazione britannica. Nella parte nord della città palestinese di Akka (Acre), accolto dal melodico silenzio delle onde del mare, nasce Ghassan Kanafani. Cresce tra i vicoli di quel luogo, che diventano il prolungamento delle sue arterie, nutrimento della sua identità; fra gli odori più gentili del pane e dell’olio e quelli più inebrianti di caffè e spezie, che diventano il tratto caratteristico della sua pelle.

Dodici anni dopo, però, all’improvviso si alza all’orizzonte un rumore che diventa sempre più forte. Non riconosce più il suono del mare. I vicoli si riempiono man mano di uomini armati; le pietre delle case di Acre si macchiano di lacrime e si tingono del sangue delle sue vene, sradicate violentemente dal suolo di casa. Inizia la pulizia etnica, è il 1948. E’ l’anno della Nakba. Kanafani, come altre migliaia di palestinesi è costretto a fuggire. La sua identità è tagliata in pezzetti d’essenza, che danzano incerti, sospinti dal soffio vento nell’illimitato sentiero del destino. Si ritrova, così, esule nell’immenso giardino del mondo. A che cosa appartengo? Che cosa mi appartiene? 

Volta lo sguardo all’infinito estendersi del cielo, manto che sopra di lui ancora lo collega alla sua terra, e vede la luna. La segue e da essa si fa guidare fra il Libano, la Siria e il Kuwait, rassegnato a perdere in ciascun luogo un frammento del suo essere. Gli appare immutata, irremovibilmente ancorata al suo sito originario. Ha incrociato il suo volto in ogni suo esilio, in tutti quei luoghi tra loro distanti e stranieri, ma lei non si è mai spostata. Eppure anch’essa, ad ogni alba, viene messa da parte per lasciar posto alla calda e invadente luce del sole, per fare poi ritorno, ad ogni tramonto successivo, a quel luogo che le appartiene.

Forse questo è il mio stesso destino. Mi hanno negato una dimora nel cuore della mia terra e, dunque, costruirò nella mia anima un luogo sicuro dove abitarla.

L’esperienza biografica di Kanafani ha ormai fortificato il suo spessore umano e letterario. Lo spettro del suo passato, perennemente aggrappato alla sua schiena, si scalfisce gradualmente e le tracce di quel dolore e di quell’alienazione diventano la consapevolezza del suo presente. La matura elaborazione della tragedia che ha caratterizzato lui stesso e il suo popolo si riversa nel 1962 nella pubblicazione del suo primo romanzo, una delle opere più famose e importanti dell’autore: “Rijal fi-shams”.

“Uomini sotto il sole” - traduzione italiana del titolo - è un’opera che non solo costituisce un pilastro fondamentale per la letteratura palestinese, araba e globale, ma che è soprattutto necessaria a comprendere il complicato e sempre più diffuso fenomeno delle migrazioni, delle fughe disperate e involontarie dalle proprie terre e dai propri affetti.

Bandiera del suo popolo, consapevole portavoce delle inquietudini di chi, come lui, ha dovuto cristallizzare in un astratto ricordo il calore della Terra che l’ha partorito, Kanafani rende immortali le vicende di tre uomini: il vecchio Abu Qays, il giovane Asad e il ragazzo Marwan, presentandoli già nei primissimi tre capitoli dell’opera. Tre età, tre stadi della vita, tre diversi ambienti sociali: metaforica sineddoche dell’intera popolazione palestinese in esilio. Storie, le loro, inizialmente separate, distinte per casualità di eventi e concretezza di aspirazioni. Tre storie di uomini comuni. Tre racconti di vite ordinarie, sconvolte improvvisamente da un’innaturale necessità: quella di dover immaginare di nuovo una vita, quella di rincorrere una nuova identità.

Al punto d’arrivo dei loro distinti percorsi, le loro vite si incontrano e si ritrovano fatalmente ad intersecarsi, accomunate da una stessa condizione: sono tre profughi palestinesi in fuga verso il lontano e tanto agognato Kuwait. Kanafani ne racconta i sogni e le illusioni, ma anche la profonda vergogna e lo straziante dolore. Uomini che, spinti dalla necessità di fuggire, ragionano quasi con istinto animale e finiscono per accettare di essere trattati come tali, in nome di un nuovo destino forzatamente idealizzato che tormenta e invade le loro menti, ma che, forse, è diventato il loro unico rifugio per poter esistere ancora. Uomini la cui Esistenza passata è stata cancellata, spogliati della loro Identità nel presente, privati dell’umana possibilità di scegliere tra alternative più dignitose a cui aggrapparsi per poter rivendicare un nuovo futuro. Si trascinano la paura come qualcosa di sporco attaccato alle scarpe e affidano le loro vite a un contrabbandiere di emigranti, che li trasporterà attraverso l’infernale deserto, verso una fine tragica, forse già inevitabilmente scritta. 

La consapevolezza che la sperimentazione diretta di tale trauma ha accresciuto nell’autore, gli permette di ricucire, simbolo dopo simbolo, l’esperienza di esilio del popolo palestinese tutto. E’ il viaggio ad assumere un ruolo centrale, a divenire una simbolica e isolata entità. Un viaggio duro, snervante e umiliante, che nel testo di Kanafani diventa la rappresentazione universale della Nakba del 1948, i cui ricordi ancora scavano violentemente nel suo inconscio e ne corrodono mente e animo.

Questi racconti sono lo specchio della tragedia umana che caratterizza i fenomeni migratori del nostro tempo. Sono il dipinto di un popolo piegato alla perfida volontà della Storia - o alla distorta ricostruzione di quest’ultima. La fotografia di tre uomini annientati dai loro stessi sogni; costretti a lasciare la propria terra per catapultarsi nello spaventoso mare dell’ignoto, affrontando la corrente sostenuti soltanto da un’idea, da un’inesauribile speranza. Speranza che verrà, però, presto bruciata e soffocata nell’intestino infuocato di una cisterna metallica. 

Quello di Kanafani non è un trattato storico o politico. E’ un’opera letteraria a tutti gli effetti, capace però di non romanzare la Storia, bensì di ricostruirla per immagini simbolo e rifletterla in uno stile sublime. E’ la patrimonizzazione di un trauma condiviso da intere comunità; non solo quello del popolo palestinese, ma di ogni essere umano costretto a subire le tragiche conseguenze di quella “colonialità” - presente o passata - che ancora oggi è un artiglio invisibile aggrappato a disintegrare la loro pelle. “Uomini sotto al sole” è un impetuoso fiume di parole travolgenti, disegnate per dare forma ad un’assenza, quella della Patria che è stata loro sottratta, per ricostruire la distruzione di un passato del quale si tentano di cancellare anche i resti.

Risultato di una narrativa magistrale, di un realismo arido, crudo; frutto di un linguaggio duro, secco, diretto e, infine, anche squisitamente politico, a riflettere la forte consapevolezza sociale dell’autore. Un romanzo dalla linearità apparentemente molto essenziale e fluente, che è invece un pozzo immenso, pregno di un simbolismo inesplorato a cui si aggiunge un uso brillante di più tecniche letterarie. Tramite quella dei flashback, tipica della narrativa dello scrittore, Kanafani riesce nel suo intento. Rispolvera e ricostruisce a tasselli quel passato sconvolto dai vortici del silenzio per cantare parallelamente due storie: oltre a quella della fuga, torna indietro nel tempo a narrarci quelle che erano le vite dei protagonisti prima della forzata diaspora. Capitoli di un’esistenza che non si sono dissolti nel tempo di una tragedia e che, rimanendo senza eco, non potrebbero essere salvati.

Chi erano prima di allora i protagonisti? Semplici uomini, semplici ragazzi, a cui il destino aveva, loro malgrado, riservato il ruolo di vittime di una nuova diaspora. Ed è su questo che si concentra Kanafani; sull’importanza di dare un volto, una voce a questi figli dello scorrere del tempo, a questi uomini spesso ingiustamente e vigliaccamente dimenticati dalla retorica e dalla narrativa. 

Uomini, bambini strappati alle loro radici. E cosa sono queste ultime, se non il nutrimento dell’uomo? Cosa li aspetta, dunque, dopo? Si, l’ignoto. Ma se poi vi fosse l’oblio?