Samarra: patrimonio conteso e politiche di valorizzazione nell'Iraq contemporaneo.
Samarra rappresenta senza dubbio un caso particolare all’interno dell’ampio contesto delle esplorazioni pionieristiche che hanno visto il mondo occidentali interessarsi al patrimonio culturale iracheno nell’800. Al tempo, infatti, l’interesse degli imperi coloniali era rivolto ai siti archeologici pre-Islamici, per la loro correlazione con il testo Biblico; venivano considerati degni di rilevanza solo quei siti utili alla costruzione e all’affermazione identitaria occidentale. L’archeologia e, dunque, la sua rilevanza storica venivano gerarchizzate secondo i paradigmi occidentali ed europei. Conseguentemente a ciò, i siti archeologici ed artistici islamici venivano scarsamente presi in considerazione, in quanto considerati irrilevanti ai fini della legittimazione biblica.
Una delle poche eccezioni a riguardo furono, però, gli scavi operati nel sito archeologico di Samarra, in Iraq. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2007, Samarra oggi è al centro di sfide complesse che intrecciano politica, religione e memoria collettiva, in un contesto segnato da decenni di guerra e instabilità.
SAMARRA TRA STORIA, ARCHEOLOGIA E IDENTITA'
FONDAZIONE E STORIA: CENNI AL PATRIMONIO ARCHITETTONICO E ARTISTICO
La città archeologica di Samarra’, ubicata nell’attuale Iraq a circa 130km a nord di Baghdad, fu costruita nell’836 dal califfo al Mu’tasim. A renderla importante per la storia e l’archeologia islamica è il suo passato come capitale del grande Califfato Abbaside tra l’836 e l’892 e, soprattutto, il fatto che si tratti dell’unica capitale islamica che, ad oggi, sopravvive nella sua configurazione originaria. Il palazzo califfale, Al-Mu’tasim’s Qasr al-Khalifa, è ad oggi l’unico esempio rimasto di palazzo imperiale dell'epoca classica e uno dei più grandi palazzi islamici al mondo. Tra l’849 e l’852 il califfo al-Mutawakkil, amante dell’architettura e dell’arte, fece erigere la Great Mosque, al tempo la più grande moschea del mondo islamico, e il famoso al-Malwiya, un minareto a spirale costituito di cinque strati circolari. Altri monumenti architettonici degni di nota sono, ad esempio, la moschea di Abu Dulaf, situata a nord della città, e i palazzi imperiali costruiti da vari califfi della dinastia Abbaside: Al-Ma’shuq Palace, ad oggi l’edificio meglio conservato della città e Al-Musharrahat Palace, voluto dal grande Califfo Harun al-Rashid.
I palazzi e gli edifici Abbasidi a Samarra mostrano dimensioni estremamente più estese rispetto a quelle degli imperi che li hanno preceduti. È in questa particolarità architettonica che giace l’unicità del patrimonio culturale del sito archeologico. Uno degli elementi fondamentali dell’urbanistica di Samarra è, inoltre, quello della simmetria, utilizzata per creare un impatto visivo immediato: spesso gli elementi architettonici venivano ripetuti più volte, allo scopo di creare un’illusione di vastità e ampiezza dello spazio, che doveva riflettere la grandezza e la gloria dell’impero califfale. Un tipo di architettura, dunque, funzionale al potere politico e strategico.
A livello artistico, quella Abbaside fu un’epoca di avanzamento intellettuale e stilistico senza precedenti. La ricchezza delle corti califfali attirava a Samarra studiosi, artigiani e artisti provenienti dai più importanti centri culturali del mondo antico. Le avanguardie artistiche dell’epoca sono evidenti nell’architettura della città archeologica che, come già accennato, ne rappresenta anche uno degli esempi meglio conservati. Quello che viene, ad oggi, definito Samarra style - ovvero le peculiari sculture in stucco di disegni floreali e vegetali, quasi sempre geometrici e ripetuti - è divenuto un esempio per molte altre città islamiche dall’antichità sino ad oggi. Come visto in precedenza per la costruzione dei palazzi, la ripetizione ossessiva di tali motivi all’interno degli edifici aveva lo scopo di trasmettere un senso di grandezza e imponenza, di riempire i palazzi califfali con motivi che consegnassero all’ambiente una parvenza di ordine armonioso. Dagli scavi emerge che tali decorazioni fossero presenti anche all’interno delle case private.
Essendo stata la seconda capitale del regno, dopo Baghdad, ed essendo stata utilizzata come tale per un tempo relativamente breve, la città è scampata a successive ricostruzioni e progetti di urbanizzazione. Per tale ragione, rimane tutt’ora “the only physical trace of the Caliphate at its height” (UNESCO, Samarra Archaeological City).
Tra i suoi valori universali, l’UNESCO sottolinea l'autenticità della sua architettura che, secondo l’agenzia, rappresenta una fase di spicco del periodo abbaside per i reperti che troviamo in essa, per la peculiarità del concetto artistico che cela dietro le sue moschee (Malwiyya e Abu Dulaf) e per il fatto che si tratti dell’esempio meglio conservato dell’architettura e urbanistica originarie del periodo abbaside.
IL PRIMO '900: ESPLORAZIONI COLONIALI E SFRUTTAMENTO DEL PATRIMONIO ARCHEOLOGICO
Nell’epoca delle esplorazioni coloniali, il tedesco Ernst Herzfeld fu la figura principale che si occupò degli scavi nel sito archeologico di Samarra. Raggiunse la città in due occasioni, nel 1903 e nel 1911, accompagnato dall’archeologo Friedrich Sarre. Come sottolineano i primi resoconti, lo scopo della spedizione era già prettamente politico: serviva a corrispondere in campo islamico, ancora poco esplorato, l’importante contributo che altri archeologi tedeschi avevano favorito all’archeologia dell’antica Mesopotamia. La missione produsse scavi in diciannove siti archeologici, molti dei quali, però, giungono ad oggi incompleti e lacunosi di informazioni importanti. Inoltre, l’interesse da parte delle esplorazioni coloniali per l’archeologia islamica - da sempre subordinato a quello per l’archeologia cristiana nella regione - era mosso da interessi prettamente estetici che ignoravano ogni componente sociale e identitaria dei reperti e tendevano ad adottare un approccio orientalista negli scavi. L’attitudine alla ricerca dell’estetica sottintendeva un interesse di tipo economico e produceva un disinteressamento nei confronti della protezione del sito, aprendo invece ad una sempre maggiore richiesta di reperti islamici nei paesi europei. Questo portò al conseguente sfruttamento del patrimonio islamico individuato e al saccheggio di quest’ultimo.
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale gli scavi vennero interrotti e tale pratica fu ampiamente facilitata: il sito di Samarra venne occupato dalle truppe inglesi del fronte e vennero scavate fosse e trincee nei luoghi degli scavi tedeschi. In un suo successivo viaggio a Samarra nel 1923, Herzfeld annoterà:
Gli scavi nei palazzi sono stati completamente saccheggiati dei mattoni; si vedono solo le trincee, invece delle mura. Nessuna pavimentazione. Gli altri scavi sono stati spazzati via.
Da qui, molti dei reperti rinvenuti negli scavi furono portati in Gran Bretagna e consegnati al British Museum o al Britishe Museum di Berlino.
HERITAGE E IDENTITA': SAMARRA E IL PATRIMONIO CULTURALE SCIITA
Innumerevoli studi, ad oggi, hanno contribuito ad indagare il profondo legame che esiste tra il patrimonio culturale – tangibile e intangibile – e la formazione identitaria di una collettività. Nello specifico, nel caso iracheno si è parlato ampliamente di come l’archeologia e la storia antica – siano esse pre-islamiche o islamiche, leggendarie o di stampo religioso – siano da sempre state intimamente intrecciate con il processo di costruzione di un’identità nazionale.
L’eterogeneità è da sempre un elemento presente nel panorama etnico e religioso iracheno: spesse volte, da essa sono derivati scontri e lotte intestine, altre volte, soprattutto nel risveglio identitario più contemporaneo, tale elemento si è trasformato in un punto di forza da cui poter ripartire per rialzarsi dalle macerie che la divisione socio-politica aveva creato.
A tal proposito, un elemento essenziale è quello della memoria religiosa sciita della città di Samarra che, ad oggi, è riconosciuta da molti come patrimonio di ogni iracheno. Qui la comunità sciita ha assunto un ruolo importante nello sviluppo della città e nel conferire a quest’ultima il patrimonio culturale che ad oggi vanta.
La città ospita, infatti, i santuari di tre Imam sciiti, che l’hanno resa luogo di pellegrinaggio sacro. Storicamente si narra che il califfo abbaside Al-Mutawakkil, per poter tenere sotto stretta sorveglianza il decimo imam degli sciiti, ‘Ali al-Hadi, lo fece arrivare da Medina nell’848 e lo fece stabilire proprio nel cuore della città di Samarra, rendendola di fatto il fulcro dell’Islam sciita nel mondo. L'Imam morì nell’868, e venne succeduto dal figlio Hasan, giunto con lui da Medina, che divenne l’undicesimo Imam sciita. Egli, come prima di lui il padre, viveva nella zona degli accampamenti militari, detti al-‘Askar, e per tale motivo venne denominato Hasan al-‘Askari. Dopo la sua morte, venne sepolto assieme al padre nella dimora in cui entrambi avevano vissuto e, nello stesso luogo, venne eretta sulle loro tombe la ‘Askariyyan shrine.
Un altro importante monumento venne eretto a pochi passi da quest’ultimo, dedicato al dodicesimo imam, Muhammad al-Qa’im, figlio di al-Askari. Secondo la tradizione sciita, egli nacque attorno all’870 e fu visto per l’ultima volta in una cisterna d’acqua a Samarra e da lì sarebbe entrato nello stato di occultamento, al-ghayba, poco dopo la morte del padre. Egli, infatti, è oggi l’Imam nascosto e, allo stesso tempo, l’Imam atteso che – sempre secondo la tradizione sciita - tornerà per stabilire la vittoria della comunità sui loro nemici e sull’intera umanità.
Questo duplice valore – archeologico e religioso – rende Samarra un simbolo identitario per una nazione, come quella irachena, divisa tra confessioni religiose e memorie storiche conflittuali.
IL CONTESTO STORICO: LO SCONTRO SETTARIO IN IRAQ
Sul piano sociopolitico, la storia che ha accompagnato la presenza di una comunità sciita in Iraq è da sempre avanzata parallelamente ad un rapporto di opposizione all’altra componente religiosa del paese, quella sunnita. Negli anni, si è assistiti all’istituzionalizzazione di un conflitto settario, che ha portato a conseguenze disastrose a livello sociale e, ancor peggio, al proliferare di gruppi estremisti da ambo le parti. Le profonde divisioni sono divenute uno strumento politico e le identità settarie sono state utilizzate dalle élite al potere per influenzare la percezione sociale e politica della popolazione.
Le motivazioni alla base di tale divisione sono per lo più di matrice geopolitica, sociale e culturale. Sin dallo stabilirsi della Repubblica Islamica sciita dell’Iran dopo la Rivoluzione del 1979, il baricentro del potere ha subito un profondo cambiamento nella regione: la comunità sciita dell’Iraq, allora governato dal partito Baathista sunnita di Saddam Hussein, ha potuto seguire quell’onda ideologica costruendo un senso di appartenenza ad un’identità distinta. Anche le milizie islamiste sciite hanno iniziato un progressivo aumento, alimentati da questa nuova consapevolezza identitaria, divenendo ideologicamente più forti e presenti sul terreno sociale.
Sull’onda di tali avvenimenti, i successivi anni ’90 hanno caratterizzato una fase di opposizione sciita al regime di Saddam che ha segnato l’inizio di una cultura politica settaria mai vista in precedenza: l’identità sciita inizia a modellarsi sulla percezione comune di rappresentare una maggioranza oppressa.
Dal 2003 inizia un periodo di transizione caratterizzato dal vuoto di potere lasciato dalla caduta del regime. L’occupazione americana trova terreno fertile nella profonda divisione religiosa che aveva indebolito il tessuto sociale e politico del paese: il sistema politico ed istituzionale che da lì si venne a creare ha, sino ad oggi, alimentato e ulteriormente legittimato le identità settarie in quanto vere e proprie categorie politiche.
La questione identitaria, dunque, risulta fondamentale in tale contesto. Avendo fallito nel costruire una robusta narrativa nazionale comune, in Iraq è stato possibile il rafforzarsi di narrative comunitarie separate e distanti tra loro. Tali sentimenti sono stati fatti propri dai gruppi estremisti, che col prendere piede hanno dato inizio ad una sanguinosa stagione di violenze e contro violenze, rafforzando una polarizzazione socioculturale e un circolo vizioso interminabile.
LE ESPLOSIONI A SAMARRA: ATTACCO ALL'IDENTITA' SCIITA
Quello di distruzione del patrimonio artistico è un atto che da secoli accompagna ogni forma di conflitto: distruggere le proprietà culturali significa distruggere, cancellare e negare le fondamenta identitarie che tengono in piedi una comunità.
Il 22 febbraio del 2006, sette militanti della branca irachena di Al Qaeda irrompono nella al-Askariyya shrine, detonando una carica di esplosivo che crea enormi danni al sito archeologico, tra cui il crollo della cupola e la manomissione del muro a nord del complesso. Un anno dopo, il 13 giugno del 2007, lo stesso gruppo colpisce il sito una seconda volta con un secondo carico esplosivo, questa volta distruggendo i due minareti rimanenti.
Il movente fu inizialmente individuato nella lotta settaria: nel periodo che precedeva gli attacchi, oltre venti santuari sciiti erano stati attaccati in tutto il suolo iracheno. Di fatto, le bombe a Samarra hanno contribuito al riaccendersi dei sanguinosi scontri che di lì a poco avrebbero sconvolto il paese, facendolo nuovamente naufragare in una devastante guerra civile di stampo settario. Tra le testimonianze più prossime alla data delle esplosioni, il New York Times riportò che da subito la popolazione sciita si era riversata nelle principali città irachene in protesta e, inoltre, numerose milizie sciite avevano iniziato ad invadere le strade di Baghdad attaccando le moschee sunnite.
Più avanti, in prossimità del secondo attacco allo stesso patrimonio artistico, venne messo un particolare accento sulle motivazioni ideologiche. I recenti studi sulle correlazioni tra l’heritage e l’identità del Jihad moderno, vedono negli avvenimenti di Samarra un lampante esempio di “performance to demonstrate dominance and assertion”. Tali studi dimostrano come l’iconoclastia non sia l'unica e dominante motivazione ad aver spinto molti degli attacchi ai siti archeologici perpetrati dai gruppi terroristici di matrice musulmana. La questione identitaria – sia essa intesa come l’affermazione di quest’ultima e, allo stesso tempo, la negazione di un’altra ad essa antitetica – assume un ruolo fondamentale.
È stato scoperto che gli aggressori utilizzavano i siti storici come strumenti per diffondere una narrativa ideologica di reidentificazione. I ricordi significativi legati a un luogo vengono cancellati e sostituiti con una specifica narrativa salafita […] Il fatto che i salafiti prendano di mira l'arte e le antichità non è semplicemente il risultato dell'ignoranza, ma costituisce una riconquista fondamentale dell'identità jihadista moderna.
Nel caso specifico degli attacchi ai santuari di Samarra, l’identità da colpire era quella sciita. Tramite l’attacco al patrimonio simbolo di tale identità e, dunque, tramite la spettacolare distruzione di quest’ultima, i militanti di al Qaeda intendevano sostituirla con una nuova memoria salafita, riaffermandone la supremazia su tutte le altre forme di Islam. La negazione di ciò che c’è stato è la chiave per aprire la strada all’affermarsi di una nuova narrativa e – in un’ideologia binaria che non accetta compromessi – al compimento di un atto di ‘purificazione’: un territorio viene purificato da ogni richiamo identitario passato per riscriverne la funzione e l’appartenenza, per far spazio alla riconquista e alla re-immaginazione simbolica di una nuova identità collegata al luogo in questione. Questa distruzione più discreta alimenta l'obiettivo più ampio dell'annientamento culturale, ponendo i territori sotto il suo controllo su una traiettoria verso l'omogeneizzazione religiosa.
La distruzione di uno dei siti simbolo della comunità sciita ha chiaramente rappresentato un tentativo di cancellazione culturale, una folle brama di espellere l’elemento sciita dall’estremamente sfaccettato spettro che compone l’identità irachena. Uno studio riguardante la protezione del patrimonio culturale e umanitario nei periodi di conflitto raggruppa alcune delle strategie più ricorrenti negli attacchi e inserisce il caso delle bombe nella Al-Askari shrine del 2006 nella strategia della ‘provocation’:
Il patrimonio culturale può essere oggetto di attacchi come mezzo per provocare violenza contro le persone […] Questi attacchi possono anche essere utilizzati per intensificare le tensioni tra gruppi politici o etnici e generare violenza punitiva nel tentativo di istigare disordini civili e persino guerre civili.
I giorni che seguirono gli attacchi, infatti, furono caratterizzati da un susseguirsi di violenze interne al paese: dai dati emerge che più di 160 moschee sciite furono oggetto di attacchi e ben dieci Imam sciiti vennero uccisi come conseguenza agli attacchi di Samarra. Le conseguenze per il paese e per il panorama al suo interno furono estremamente gravi: le differenze politiche vennero ulteriormente allargate e le lotte interne alla popolazione irachena, almeno quelle su base religiosa, si infittirono sempre più. Fu un vero e proprio attacco al cuore dell’identità irachena, un netto avvertimento, una violenta rivendicazione identitaria e un’eloquente negazione di una memoria collettiva nel suo insieme.
CONSERVAZIONE, NARRAZIONE E VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO DI SAMARRA
CONSERVAZIONE DEL PATRIMONIO: PROGETTI DI RECUPERO E VALORIZZAZIONE
In Iraq, sin dalla prima creazione di uno Stato indipendente, il patrimonio culturale ha rappresentato il principale elemento di legame in un contesto socio-politico estremamente eterogeneo e, in varie occasioni, frammentato e diviso. La percezione di condividere una cultura artistica e architettonica comune ha intriso gli iracheni di un senso di comune appartenenza ad una storia estremamente più ampia, che trascendeva le vicissitudini attuali. L’attacco al patrimonio culturale, sia esso rivolto ad un simbolo del passato islamico o mesopotamico, sia esso rivolto ad un simbolo rappresentante una singola parte della comunità o la sua interezza, rappresenta senza dubbio un attacco al cuore dell’identità irachena.
Ai fatti di Samarra sono seguiti dei tentativi da parte dell’UNESCO di preservare il patrimonio architettonico severamente danneggiato dalle bombe. Nel 2007 il sito viene inserito della lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO. La decisione viene presa durante la trentunesima sessione del ‘World Heritage Committee’ (2007), tenuto a Christchurch, Nuova Zelanda. Nello stesso anno, inoltre, la città archeologica di Samarra viene iscritta nella lista del ‘World Heritage in Danger’, allo scopo di conservare il patrimonio messo in pericolo da anni di conflitto e violenze in Iraq. Nel 2008 si è dato il via al progetto di restauro della al-Askari shrine, finanziato dall’Unione Europea e dal governo dell’Iraq. Guardando alla visione delle Nazioni Unite, che vedono la cultura – nel mondo, ma nello specifico nel caso iracheno – “come fonte di identità e strumento per rafforzare la coesione sociale” (UNESCO, Special Issue on Iraq, 2015), il progetto ha dichiarato l’intento di ricostruire gli elementi danneggiati del santuario e, al contempo, quello di promuovere una riconciliazione a livello nazionale conseguente agli scontri e alle violenze derivate dagli attacchi.
In un articolo di Reuters (2008) dello stesso anno, vengono raccolte alcune testimonianze tra la popolazione sunnita di Samarra: molti degli intervistati, sia civili che leader religiosi, appaiono devastati dall’accaduto e volenterosi di dare il loro contributo ad un’immediata ricostruzione di un monumento che non era solamente il simbolo della fede sciita, ma che rappresentava l’emblema della città di Samarra nel suo insieme. Tali dichiarazioni rendono estremamente chiaro che la distruzione della cupola ha rappresentato un attacco all’identità di tutta la popolazione; un attacco non solo alla simbologia sciita, ma ad un patrimonio artistico condiviso che appartiene ad un’intera collettività.
Nel 2015, complici anche gli attacchi perpetrati nel territorio iracheno da Da’esh e il timore che le violenze e la distruzione colpissero il sito archeologico di Samarra, l’UNESCO e il governo iracheno hanno lanciato un progetto di ‘Conservation and Management of the World Heritage site of Samarra Archeological City’ (2015), allo scopo di restaurare la Great Mosque e il Minareto al-Malwiyah e – come indicato nell’accordo – allo scopo di aumentare nella comunità locale la consapevolezza sull’importanza di salvaguardare e preservare le risorse storiche ed archeologiche, in quanto punto di partenza per un più ampio ideale di protezione dell’identità culturale.
IL PROGRAMMA UNESCO E LE CRITICITA' DELLA CONSERVAZIONE
Questo susseguirsi di progetti finalizzati alla conservazione, al recupero e al restauro del patrimonio culturale di Samarra ha rappresentato un riconoscimento internazionale della sua eccezionalità, ma anche una constatazione della grave vulnerabilità del sito. L’assenza di un processo di urbanizzazione ha permesso, da un lato, di preservarne l’integrità archeologica tanto da rendere ad oggi Samarra uno dei più autentici siti archeologici iracheni e musulmani, ma dall’altro, ha reso difficile la sua progressiva protezione e il suo monitoraggio.
Nonostante i numerosi progetti proposti e avviati con la collaborazione di agenzie internazionali ed entità politiche, come l’Unione Europea e lo stesso governo iracheno, le sfide della conservazione e della manutenzione del patrimonio archeologico di Samarra sono tutt’ora numerose e la realizzazione concreta di questi obiettivi è rimasta largamente incompiuta. I resoconti pubblicati dall'WHC e dall’ICOMOS (UNESCO, World Heritage Convention) dal 2008 ad oggi, evidenziano numerose ragioni, che comprendono l’instabilità politica del paese negli ultimi decenni e la mancanza di una gestione culturale efficace e di un piano di gestione coordinato.
Inoltre, come evidenzia un articolo pubblicato dal New York Times (2014), dopo l’incrementarsi delle violenze e gli attacchi perpetrati da Da’esh contro i siti e la popolazione sciita, la strada che separa la capitale Baghdad da Samarra è divenuta un’evidente rappresentazione visiva delle divisioni settarie che caratterizzano la scena sociale e politica irachena. Il controllo dello stato iracheno si interrompe poco dopo Baghdad per lasciare spazio alla presenza delle milizie sciite armate che, lungo tutto il tragitto, sono divenuti i nuovi i garanti della sicurezza e della gestione del sito. L’ingerenza militare ha, dunque, reso sempre più difficile un intervento concreto e apolitico nel sito. Anche i risultati sono, dunque, ancora limitati, in quanto gran parte dell’area monumentale resta inaccessibile agli archeologi, mentre le pressioni urbanistiche e militari continuano a minacciare la sopravvivenza del sito.
Tra le problematiche più comuni individuate nei progetti di restauro avviati dall’UNESCO molti esperti hanno fortemente criticato l’approccio di negligenza nei confronti dell’autenticità architettonica del complesso, sfociato nell’utilizzo di materiali e tecniche di restauro che hanno ignorato lo stile caratteristico dell’epoca Abbaside e che hanno, di conseguenza, privato il patrimonio in questione della sua complessità identitaria.
Inoltre, sebbene l’UNESCO e gli altri promotori avessero presentato i progetti come veri e propri tentativi di promuovere una riconciliazione tra le fazioni settarie in conflitto, questi non sarebbero stati accompagnati da iniziative partecipative locali che inglobassero nel concreto le varie comunità, né da alcuna strategia di riconciliazione culturale efficace. Al contrario, sembrano aver invece accentuato la divisione tramite la frequente esclusione delle comunità locali dai processi gestionali e decisionali.
NARRAZIONI IDENTITARIE NELLA GESTIONE DEL PATRIMONIO: UNA POLITICA DELLA MEMORIA IN CONFLITTO
Il caso di Samarra mostra un ulteriore problematica che si aggiunge a quelle già citate. Esaminando i diversi progetti che coinvolgono il sito archeologico iracheno, emerge un fattore trasversale ai casi di tutela del patrimonio in zone di conflitto: la tutela del patrimonio non è mai neutra, ma profondamente intrecciata con la costruzione di narrazioni identitarie, politiche, religiose e, molto spesso, particolaristiche. Un aspetto particolarmente rilevante del progetto di valorizzazione riguarda la narrazione promossa dalle diverse istituzioni coinvolte nei vari progetti.
L'UNESCO: NARRATIVA UNIVERSALISTA
L’UNESCO ha cercato di proporre, attraverso i suoi interventi di tutela e conservazione, una narrativa universalista del sito, allo scopo di sottolinearne l’importanza globale e, dunque, di legittimare l’intervento internazionale. L’UNESCO dichiara quanto segue:
I siti del Patrimonio Culturale Mondiale sono rappresentativi della creatività e del genio dell'umanità [...] Il Patrimonio Mondiale appartiene a tutti e condividiamo la responsabilità di proteggerlo.
Il termine stesso di ‘Patrimonio Mondiale’ (World Heritage) indica una categoria privilegiata. Nella Convenzione del 1972 l’UNESCO ha introdotto il principio di Valore Universale Eccezionale:
Per l'UNESCO, per valore universale eccezionale si intende un'importanza culturale o naturale così eccezionale da trascendere i confini nazionali e da essere di importanza comune per le generazioni presenti e future di tutta l'umanità.
Questo tipo di narrazione politica, estremamente comune nelle retoriche occidentali relative al patrimonio globale, tende a emarginare il ruolo identitario che il sito ricopre per una specifica comunità, trascurandone la dimensione locale. L’idea di patrimonio universale – collegata, dunque a quella di universalismo dei valori occidentali - è da sempre uno strumento politico utile ad affermare la superiorità culturale dell’occidente. Di conseguenza, tale narrativa impedisce l’emergere delle singole identità locali la cui storia di resistenza ed esistenza è strettamente legata al patrimonio culturale in questione. Nella maggior parte dei casi, inoltre, tale approccio coinvolge in maniera quasi nulla gli studiosi e gli archeologi locali.
LO STATO IRACHENO: NARRATIVA NAZIONALISTA
Il potere politico iracheno ha notoriamente utilizzato il patrimonio archeologico per legittimare il suo potere. La strategia nazionalista del potere politico, in varie epoche della storia irachena, serviva a posizionare il regime in una linea di continuità con gli imperi passati, così da legittimarne le azioni politiche in nome dell’egemonia irachena sugli altri paesi del Golfo.
Fra le altre cose, il sito di Samarra fu ampiamente politicizzato e reso simbolo della grandezza della civiltà arabo islamica, legata alla gloria imperiale degli Abbasidi. L’area archeologica fu dunque strumentalizzata da una narrativa nazionalista intrecciata con il processo di legittimazione del regime e di costruzione dello Stato che cercava di trascendere le differenze identitarie, culturali e religiose e focalizzata sulle conquiste prodotte dagli attori di questo passato. I restauri effettuati negli anni ’80 furono parte di tale strategia, che cercava di costruire una continuità tra l’Iraq moderno e il califfato islamico classico. La narrativa nazionalista ha dunque costruito un’identità irachena a partire dall’alto, frutto di una strategia politica che metteva da parte le rivendicazioni identitarie prodotte dal basso e che, dunque, marginalizzava le rappresentazioni comunitarie locali.
Dopo il 2003, con la caduta del regime e la crisi dello Stato centrale, questa narrazione ha perso forza, ma non è stata sostituita da un discorso coerente. Oggi, la retorica nazionale sul patrimonio continua ad essere essenzialmente strumentale e raramente viene tradotta in politiche concrete.
L'IRAN E LE MILIZIE SCIITE: NARRATIVA SETTARIA
La narrazione promossa da alcuni gruppi religiosi sciiti e da fondazioni iraniane si concentra sul valore spirituale e religioso del sito. Nel 2001 l’Iran ha fondato l’Headquarters of Reconstruction of Holy Shrines allo scopo di finanziare il restauro e la conservazione dei luoghi di culto sciiti in paesi come l’Iraq.
Secondo IranWire (2019), nonostante venga rivendicata come associazione indipendente, l’HRHS è stata finanziata direttamente dal governo iraniano e sono stati dimostrati i suoi contatti con numerose istituzioni controllate dall’Ayatollah e l’influenza dell’oggi defunto generale Soleimani. Di fatto, tale organizzazione ha favorito l’incremento della presenza iraniana nel paese. Tra gli altri luoghi, ha operato proprio nella città di Samarra, dove il patrimonio religioso è stato oggetto di restauri estensivi finanziati da istituzioni come la Astan Quds Razzavi, controllata dall’Ayatollah.
In questo caso, la narrazione è settaria: Samarra, in quanto luogo di pellegrinaggio sciita è divenuto un nodo simbolico dell'influenza promossa da Teheran. Questo approccio ha certamente incoraggiato la presenza – già accennata – di milizie sciite nei pressi dell’area archeologica e, dunque, l’esclusione delle comunità sunnite locali, che in molti casi si sentono marginalizzate o persino minacciate.
Questa frammentazione narrativa produce una valorizzazione diseguale e spesso incoerente. L’assenza di un piano di gestione integrato impedisce una fruizione pienamente condivisa del patrimonio, generando ulteriore esclusione.
Le riflessioni da fare a fronte di quanto appena trattato sono numerose. Senza dubbio, si è inteso che le prospettive future riguardo alla conservazione del patrimonio archeologico e culturale nella città di Samarra debbano tener conto di un elemento trasversale: il rapporto tra patrimonio culturale e costruzione identitaria.
Questo caso studio fa emergere un interessante dibattito su un elemento specifico del rapporto tra Heritage e costruzioni identitarie. Samarra è un patrimonio globale, nazionale o locale?
Per dare una risposta quanto più esaustiva a tale quesito, è fondamentale riconoscere la pluralità delle memorie e dei significati attribuiti al sito; Samarra è, infatti, al tempo stesso città abbaside, luogo di culto sciita e simbolo nazionale iracheno e, per tale ragione, ogni intervento deve tenere conto di questa complessità. Solo una visione inclusiva e partecipativa potrà trasformare Samarra da sito conteso a simbolo di riconciliazione culturale. Ciò che risulta prioritario è, ad oggi, intraprendere un percorso di tutela sostenibile del patrimonio, attraverso l’inclusione delle comunità locali che possa favorire l’emergere di questa molteplicità e che possa, d’altra parte, contrastare l’emarginazione di quest’ultima dal discorso sul patrimonio culturale e identitario.
Nel caso di Samarra, è essenziale che la narrazione venga riconsegnata nelle mani degli iracheni e, più importante, nelle mani della comunità sciita locale – in quanto parte integrante della popolazione irachena - la cui voce e stata nel tempo emarginata su due fronti: da una parte, dai tentativi di cancellazione della memoria effettuati dai fondamentalisti, e dall’altra, da parte delle narrative che hanno, sino ad oggi, adoperato una retorica universalista e nazionalista.
Tale realtà, inoltre, ha messo in luce l’importanza di implementare e incoraggiare un processo archeologico che parta dal basso. Nelle nuove ondate di costruzioni identitarie, che hanno interessato soprattutto il discorso post-coloniale, si sta rivendicando il potere di costruire una narrativa svincolata dalle retoriche politiche del potere del governo centrale o delle agenzie occidentali. L’utilizzo del passato e della sua simbologia e lo sfruttamento della pratica archeologica per scopi politici deve lasciar spazio ad una costruzione identitaria che possa partire dalla rivendicazione popolare. Le comunità in questione reclamano l’uso del patrimonio culturale nel plasmare un’identità autentica, scissa dall’identità generica e politicizzata, ma che sia comunque parte fondante di quest’ultima.
Per tali ragioni, infine, in una disciplina come quella dell’archeologia islamica - fondata sin dalla sua origine su precetti coloniali - serve liberarsi dall’approccio orientalista e universalista. Ciò deve partire dal passaggio di consegne: la disciplina deve diventare uno strumento utile a coloro che riflettono le proprie storie identitarie nel patrimonio in questione. Questo può avvenire tramite una maggiore inclusione degli archeologi e degli studiosi iracheni, ma deve soprattutto partire dalla decolonizzazione dell’approccio al patrimonio archeologico.
Comprendere Samarra significa confrontarsi con la complessità del patrimonio islamico, e con la complessità delle storie e delle voci di cui il sito archeologico si è fatto crocevia.
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SITOGRAFIA
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New York Times – Blast Destroys Shrine in Iraq, Setting off Sectarian Fury, 22 febbraio 2006, https://www.nytimes.com/2006/02/22/international/middleeast/blast-destroys-shrine-in-iraq-setting-off-sectarian.html
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UNESCO – World Heritage Committee – Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage. Thirty-first Session: Christchurch, New Zealand, 23 June – 2 July 2007, https://whc.unesco.org/document/9192
World Heritage Review – Special Issue: Iraq’s Heritage, a Treasure Under Threat, https://unesdoc.unesco.org/ark:/48223/pf0000233684
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