Ritorno a Haifa. Ghassan Kanafani.

Ritorno a Haifa. Ghassan Kanafani.

Esistono romanzi fondamentali, che è necessario recuperare o, se lo si è già fatto, rileggere periodicamente a squarcia gola, per ricordare e per immedesimarsi in un popolo, quello palestinese, che da decenni lotta a denti stretti e a pugni chiusi per riprendersi la propria terra. Ci sono romanzi che ti avvolgono il cuore e ti bruciano lo stomaco; che ti martellano la coscienza e ti accarezzano l’anima. Ritorno a Haifa di Ghassan Kanafani è uno di questi.

È una storia delicatamente straziante, che accompagna lentamente, pagina dopo pagina, nei sentimenti più umani dei suoi protagonisti. E’ la storia di Sa’id e Safiya, una coppia palestinese che nel 1967 fa ritorno alla sua città. Kanafani dipinge -con la purezza della sua narrativa- la sofferenza di quel primo impatto: un singolo e immediato istante, che per Said e la moglie si tramuta in un infinito fiume di tempo, la cui corrente si è impossessata negli anni di tutto ciò che avevano lasciato. Fino ad arrivare a quel giorno, a quell’esatto momento in cui tutto è, ormai, già stato trasportato. O meglio, è ancora lì, ma -dice Kanafani- li rinnega: cosa si prova a non sentirsi più di appartenere alle proprie strade, a quei caffè dove fino a vent’anni prima assaporavano il gusto della vita, che profumava del mare di Haifa? 

È la storia universale di due esseri umani immersi in una nube tagliente di ricordi, che come coltelli affilati pazientemente dalla brezza di questi anni di lontananza, li bersagliano quando varcano le porte di Haifa. Non puoi scinderti da quelle immagini, le senti, le sperimenti. La sofferenza diventa anche tua.

Sono arrivati, eccola: è Haifa. Sono passati vent’anni da quel terribile evento, ma la loro Haifa è la stessa. Il rumore dei vicoli, il suono del mare, il tocco del vento. -Ma che ne è stato della casa?- Anche lei è la stessa, immutata; è proprio come quella che, nel tempo, si sono portati in tasca, sotto forma di tangibile ricordo. L’aria ha ancora l’odore del loro passato, i muri conservano ancora le tracce della loro vita strappata. È esattamente la stessa, ma non è più la loro. Ora è di Mariam, una donna ebrea. Ed è qui che inizia la seconda storia che Kanafani racconta. La storia di due diaspore che si incontrano, nel punto esatto in cui una finisce e l’altra inizia. È tutto in quella casa, che non è più la loro. I toni si scaldano. In Sa’id esplode la rabbia, accumulata in lui come un mucchio di macigni depositati, uno alla volta, dalla mano violenta dell'ingiustizia.

Ritorno a Haifa è un mondo intero racchiuso in poche pagine di parole. Pagine rapide e leggere, che hanno saputo racchiudere la storia di un popolo.

Kanafani affonda la sua spada sporca d’inchiostro nella coscienza: qual è il limite di un errore quando si tratta di vite umane? Qual è il prezzo da pagare quando si recupera il proprio dolore e lo si riversa su qualcun altro? Pietra incandescente scagliata contro altri uomini per liberarsi delle profonde cicatrici che ha lasciato. Cicatrici tristemente destinate a rimanere, che vengono ora inflitte alle innocenti mani di chi, quella palla, non l’ha infuocata.

“Un errore sommato a un altro errore, non dà il risultato giusto”.