Terra mia.

Terra mia.

È una storia d’amore che inizia in un punto indefinito nel tempo.

Inizia in un tempo, forse, ancora non compiuto.

Inizia in quell’eternità che compone ogni istante, e in esso perdura. 

La vede, in una chiara mattina d’estate.

La vede, ma è come se l’avesse vista da sempre. Come se avesse sino ad allora continuato a vederla, al girare di ogni angolo, all’orizzonte di ogni piazza.

La vede, e sente percorrerlo una sensazione forse mai provata prima.

Sente - e su questo non ha dubbi - di esserle appartenuto da sempre.

Sente - fortemente, senza esitazione alcuna - che la sua presenza l’accompagnerà inevitabilmente per il resto dei suoi giorni. 

La guarda e, senza alcuna invadenza, spinto solo dal timore di vedere la sua bellezza infrangersi nel limite del tempo, le si avvicina. 

Sente il suo profumo.

Il suo odore ha la purezza del pane, quello sfornato solo pochi istanti prima, che senti percorre le vie del paese nelle passeggiate fatte alle prime luci del giorno.

Il suo odore ha l’intensità dei chicchi di caffè, quell’odore che ogni mattina, dalla cucina, penetra le pareti di ogni stanza e giunge fino al tuo letto. 

Basta uno sguardo e quei due mondi che gli occhi contengono si mescolano l’uno nell’eternità dell’altro.

Basta un solo sguardo a costruire un legame ormai già sedimentato nel tempo e nello spazio.

Basta un solo sguardo a sancire una reciproca dichiarazione di appartenenza. 

Con la punta delle dita le sfiora i capelli.

Il loro scivolare imita il canto delle onde del mare.

Le prende la mano.

In quella tenera presa sente il calore di una dimora sicura, sospesa nel tempo. 

È un legame ormai eterno, perchè non v’è amore più forte di quello non più soggetto allo scorrere del tempo.

È una storia d’amore che non conosce più restrizioni. 

Nulla potrà quest’uomo, che piomba tra noi e strappa le mie mani dalle sue, perché le mie radici sono ancorate al suo fertile corpo nell’eternità.

Nulla potranno queste orde di cani, che dopo averne fiutato l’odore hanno iniziato a sbranare senza pietà le membra di ciò che mi avevano appena tolto, perché la sua bellezza e la sua memoria sono impresse nello scorrere della storia, libere dai limiti del tempo.

Nulla potranno nemmeno questi stormi di corvi, radunati attorno a lei per raccogliere ciò che è rimasto del macabro banchetto di chi era stato li prima di loro, per trarne nutrimento e forza, perché il suo sangue è già stato assorbito dalla stessa terra in cui il suo corpo giace. 

Poi, negli istanti appena successivi al macabro spettacolo, quell’uomo torna a sedere sul corpo martoriato della terra che ha tentato di rivendicare come propria.

Le orde di cani tornano ad imbracciare le armi e ad indossare quei paraocchi che li rendono cechi, a nutrirsi di odio e follia, in attesa di poter proseguire col prossimo massacro.

Gli stormi di corvi, invece, tornano ad occupare quelle poltrone scaldate dall’omertà e a macinare discorsi pregni di ipocrisia e disumanità. 

Ma io, io assieme a lei soccombo.

Mano nella mano torniamo alla nostra storia d’amore.

Torniamo all’eternità dell’istante in cui l’ho vista.

Alla certezza di esserci appartenuti da sempre.

Alla sensazione che la nostra reciproca presenza ci accompagnerà per il resto dei nostri giorni.