Mahmoud Darwish. Andando Straniero per il Mondo.

Mahmoud Darwish. Andando Straniero per il Mondo.

Andando straniero per il mondo è un frammento in prosa di Mahmoud Darwish che compare in Diario di ordinaria tristezza, raccolto nella traduzione italiana in Una trilogia palestinese. È il tramonto della sua prima stagione poetica, definita dai critici la “fase rivoluzionaria”. Il poeta è ancora pervaso da quel senso di alienazione che ne caratterizza la più giovanile sensibilità letteraria e a cui riuscirà a dare una più concreta forma solo in un periodo successivo.  

Sono molte le denunce evocate con forza dallo scrittore in queste pagine, per far fronte all’indifferenza che minuziosamente tenta di impedire che vengano sollevate. Denunce che riesce a far crescere come fiori selvatici, spontanei, indesiderati, e a far trovare loro spazio in un giardino più ampio in cui si è accuratamente selezionato quali fiori poter mostrare.  

Fra le molte questioni, Darwish si interroga sul ruolo dell’opinione pubblica e sulla nostra sconcertante propensione ad accettare pedissequamente di piegare la nostra debolezza ad un'ideologia per noi già appositamente impacchettata. Si interroga sulle nostre responsabilità, quelle di tutti, insistendo sull’indifferenza del mondo che di fronte a tali mostruosità umane “a tarda notte andava a letto e dormiva”.  

Una nitidezza poetica e una chiarezza espositiva che quasi c’assoggettano, ci portano a provare quel velo di imbarazzo che nasce da una sensazione di implicita colpevolezza. Abbiamo davvero sbagliato così tanto? Abbiamo accettato di essere complici nella lenta e progressiva dissoluzione di un’identità. Abbiamo accettato di disinteressarci mentre le ultime briciole di umanità e dignità venivano spinte sotto il tappeto dell’ignoto. Convinti che quella dignità e quell’umanità fossero soltanto quelle di altri, di un popolo troppo distante da noi, non riuscendo a capire che, invece, con le loro stavamo seppellendo anche le nostre.  

Rivendica, infine, la possibilità di scegliere, la libertà di ridefinire una narrativa imposta da altri, che come un pesante macigno posto perennemente a gravare nella sua testa lo costringe a strisciare nel cratere della sua prigione. Se è davvero la storia a dover fungere da giudice, chi è allora il giudice della storia stessa? Chi può arrogarsi liberamente il diritto di sancire quando una morte può definirsi biasimevole o, al contrario, comprensibile e giustificabile?  

È la sua tragedia, ciò con cui saziano da decenni ogni singolo spazio rimastogli nel corpo, che l’ha reso vulnerabile, ma allo stesso tempo pericolosamente dedito all’imposizione della sua esistenza. Imbottito di morte, dolore e ingiustizia che potrebbero portarlo a esplodere in ogni singolo momento. Di questo ha paura il nemico. Il paradosso di chi bastona un cane senza tregua, e ne condanna poi l’istintivo e inevitabile morso.